• Maria Giovanna Cogliandro

"Specchio specchio delle mie brame, chi sono al di fuori di questo reame?"



Spettinati, senza trucco, con la ricrescita. Un virus ci ha sbattuti di fronte a noi stessi. Ci ha spogliati delle cose del mondo. Ci ha strappato le vesti delle nostre esistenze patinate, ci ha violato nell'intimo come nessuno potrebbe mai e ci ha chiesto, a uno a uno, con prepotenza: "Chi sei?".

Chi siamo al di là del nostro ruolo nella società? Al di lá del nostro lavoro cosa siamo? Sappiamo essere altro oltre l'impiegato, l'operaio, il dirigente d'azienda? È una domanda che fa molta più paura del virus. Per questo abbiamo fretta di uscire di casa: perché in tanti stiamo uscendo allo scoperto davanti ai nostri occhi - che, come si sa, si dimostrano sempre i più impietosi. E sapete qual è il dramma? Non ci piacciamo affatto. Quindi lasciateci uscire, dobbiamo scappare lontano, il più lontano possibile da noi.

Oltre a essere stata una sciagura, questa pandemia è stata un'avventura spirituale. Un'esperienza zen, un cammino di Santiago fatto girando attorno al tavolo della cucina, una vacanza yoga in balcone anziché in un ashram in India. E non per tutti è stato piacevole. Anzi per la maggior parte non lo è stato per niente.

Chi identifica se stesso esclusivamente con quello che fa, pur non avendo subito lutti, si è trovato di fronte all'esperienza della perdita, la perdita di se stesso o almeno di quello che credeva di essere.

Abituati come siamo a vivere a nostra insaputa ci siamo sentiti crollare la terra sotto i piedi. Ci parlavano di solidarietà ma non sappiamo più cosa sia da tempo ormai, chiusi a doppia mandata nel nostro individualismo. Così come la solidarietà, anche l'attesa e il silenzio non sono più roba di questo mondo. E neppure la morte.

Facendo sfilare, di notte, quei camion con a bordo i feretri portati via da Bergamo, hanno provato a nasconderci la morte perché non sappiamo più come affrontarla. Perché la morte è un dolore che ci distrae dal mondo, ruba tempo prezioso alle nostre frenetiche esistenze. Alla nostra serenità.

Ci abituano a non pensare alla morte sin da piccoli. Fateci caso: i bambini non si portano ai funerali, si lasciano a casa, al sicuro, con la zia e i cuginetti, perché non devono vedere, sentire, capire. Vanno preservati, non esposti al dolore. Vanno protetti, dimenticando che niente protegge più della verità. Il fatto è che a furia di tenere i bambini lontani dal dolore, volti costantemente a una vita che proietta il bello, l'armonia, la distensione e in cui nulla turba e sconvolge, abbiamo finito per invidiare la loro prospettiva e ci siamo messi in fila per godere tutti di quella visuale che rifugge da ogni incrinatura.

Un virus ci ha imposto di riaffacciarci dall'altro lato, quello dove non batte il sole, quello dove la vita deve fare i conti con la morte quotidianamente. Quello che ci fa sentire impotenti, spettatori inermi. Quello che rischia di farci scoprire ciò che siamo davvero.

Finita l'emergenza ci assieperemo nuovamente lungo il lato in cui si gode del panorama migliore, quello che non ci chiede sforzi, sacrifici, responsabilità. Quello che ci distrae da noi stessi, che ci farà tornare al nostro pensiero calcolante e a guardare il mondo solo sotto il profilo dell'utile. E guardandoci allo specchio torneremo a vedere riflessa la nostra immagine di spalle, senza volto, senza identità, come in un quadro di Magritte.

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