• Maria Giovanna Cogliandro

Silvia la grata in un mondo che sputa


Le hanno dato dell’“ingrata”. In prima pagina, su un quotidiano nazionale. Ingrata perché Silvia Romano indossa un velo, in uno Stato che 73 anni fa, non l’altro ieri, ha promulgato una Costituzione in cui viene riconosciuto a tutti il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa - e in quel “tutti” è compreso anche, pensate un po’, chi ha scelto di andare ad aiutare “a casa loro” chi ne ha bisogno.

Ingrata. Mentre lei con il suo sorriso mostrava tutta la sua gratitudine. Alla vita, innanzitutto, per essere ritornata a casa avvolta da un velo, sì, e non magari dal tricolore per i funerali di Stato.

Grata a se stessa per aver sopportato quasi 500 giorni di prigionia, non due mesi di #iorestoacasa comodamente sul divano a piagnucolare perché il governo mi ha sequestrato.

Grata per la sua forza e il suo coraggio, e Dio o Allah sa quanto gliene servirà ancora per convivere con il fardello di dolore che si porterà dietro per sempre, non come chi si dimenticherà di Silvia Romano non appena il proprio odio troverà una nuova succulenta preda contro cui scagliarsi.

Grata a uno Stato che l’ha liberata e che sicuramente avrebbe potuto evitare di gongolarsi per aver fatto nient’altro che il proprio dovere ma, si sa, ai politici piace da matti sentirsi dire “grazie”, meglio ancora se pomposamente davanti alle telecamere. Succede così da sempre. È successo, per esempio, quando fu liberata Giuliana Sgrena che, atterrata a Ciampino, trovò ad attenderla l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il sottosegretario Gianni Letta, il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, Walter Veltroni allora sindaco di Roma, il segretario del Quirinale Gaetano Gifuni e i vertici del Sismi, in testa il direttore Nicolò Pollari.

Le passerelle fanno parte della vita dei politici o, meglio, sono il grosso del ruolo, quello più succoso e irrinunciabile. E non dimentichiamo che non si passerella solo quando si accoglie un servitore dello Stato o una vittima ma anche, come è successo ad esempio il 14 gennaio 2019, un criminale. Ricordiamo tutti quando all’arrivo dell’ex terrorista Cesare Battisti, l’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini lo “accolse” in divisa da secondino. "Deve marcire in galera" – sbraitò dal suo profilo - assicurandosi che gli italiani fossero a conoscenza della sua cattura e potessero seguire l’arrivo di Battisti a Ciampino passo passo attraverso una diretta facebook. E ricorderete anche che oltre la diretta fu girato un video, un vero e proprio spot pubblicitario con tanto di musichetta di sottofondo e probabile compromissione di un agente sotto copertura che appariva chiaramente nelle immagini.

Tutto perché, così come Cesare Battisti per 37 anni ha ostentato con tracotanza la sua impunità, Salvini e Bonafede, dovevano ostentarne la cattura. Due rappresentanti dello Stato a capo della turba che invocava la forca. Una sputacchiera servita a chi sui social chiedeva il sangue di Battisti, e giustificata in nome delle sue vittime, trasformate senza ritegno in veicoli di consenso.

In quell’occasione andò tristemente in scena l’osceno, la sete di vendetta travestita da Giustizia. Un criminale esibito come un trofeo di caccia, in diretta streaming, in barba al diritto, che è di qualsiasi detenuto, anche il più pericoloso, a ricevere un trattamento umano e rispettoso delle garanzie di legge.

Oggi, alla luce della slavina di odio che ha travolto Silvia Romano a neanche cinque minuti dalla sua liberazione, forse sarebbe il caso di chiedersi se non si è commessa una madornale cazzata ad accoglierla sotto i riflettori di un mondo miseramente imbruttito. Le telecamere, infatti, non le hanno garantito il diritto di ricevere un trattamento umano e rispettoso delle garanzie di legge, quello che si invoca anche per i criminali e che oggi, in questo mondo bastardo, non è possibile assicurare neppure alle vittime.

Riporto, per capirci, solo due degli insulti che oggi Silvia Romano si è beccata in rete. Uno è un video della scrittrice e blogger Silvana De Mari, secondo cui Silvia farebbe parte di quella schiera di “individui a competenza zero che se ne vanno per il mondo convinti che il mondo sia il loro posto Erasmus”. Individui che definisce “sciacquine” che vanno in terra d’Africa solo per fare “il selfie col bimbo africano”.

Un altro è un post in cui, con tanto di foto di Silvia sorridente, si legge: “Impiccatela”. A scriverlo e poi, forse dietro consiglio, rimuoverlo è Nico Basso, consigliere comunale di Asolo, in provincia di Treviso. Ex assessore della giunta comunale leghista, è capogruppo della lista civica “Verso il futuro” (e che futuro!).

Insulti che si sommano a tantissimi altri rivolti in questi tre giorni sui social a Silvia Romano. Per fortuna oggi il responsabile dell'antiterrorismo milanese, Alberto Nobili, ha aperto una indagine contro ignoti per minacce aggravate. Ecco come questa notizia è stata accolta da un tizio che mi è apparso sulla home di facebook: “Scattano le denunce sulle riflessioni!!!”.

Gli insulti e le minacce sono considerati riflessioni. “Impiccatela” e “Sciacquina” così come “Aisha bagascia” - che mi è capitato di leggere sempre oggi - sono riflessioni.

Penso che quegli arcobaleni appesi ai balconi con la scritta “Andrà tutto bene” che giorno dopo giorno continua a sbiadirsi ci mostrino l’abbaglio preso quando abbiamo ignorato di aver messo per due mesi in cattività anche i cattivi.

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