• Maria Giovanna Cogliandro

Quel maledetto vizio di voler fregare il Sud



Forse speravano che il Sud avrebbe continuato zitto e muto a ingoiare il rospo, abituato com'è a fare spallucce al suo stesso dramma. Ma stavolta i rappresentanti politici del meridione sono insorti o, più modestamente, hanno chiesto spiegazioni.

È iniziata a circolare già dal mese scorso la notizia dell’esistenza di un documento, "L'Italia e la risposta al Covid-19", elaborato dal Dipartimento per la Programmazione e il Coordinamento della Politica Economica di Palazzo Chigi. In realtà si trattava di una bozza, non ancora approvata, nella quale, tra le proposte per uscire dall'attuale emergenza, c’era il taglio di risorse finanziarie al Meridione. In particolare, veniva indicata la sospensione della clausola con cui si destinano il 34% degli investimenti alle Regioni meridionali.

Di cosa si tratta?

La “clausola del 34%” risale al Decreto Sud del governo Gentiloni, convertito in legge nel 2017, con cui era stato introdotto un “criterio di assegnazione differenziale di risorse” a favore degli interventi nelle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna, che dava disposizione alle amministrazioni centrali dello Stato di destinare a quelle aree un volume complessivo annuale di stanziamenti ordinari in conto capitale - ovvero investimenti con cui lo Stato mira a svolgere una politica attiva nell'ambito economico nazionale - proporzionale alla popolazione di riferimento.

L'obiettivo era quello di colmare il divario di flussi di capitale pubblico tra le Regioni meridionali e quelle del Centro Nord. Infatti, sebbene la popolazione residente al Sud fosse il 34% di quella totale, quest'area riceveva circa il 26% delle risorse pubbliche.

La clausola, tuttavia, in questi anni è rimasta lettera morta, fino all'ultima legge di Bilancio, approvata lo scorso dicembre.

Neanche il tempo di entrare finalmente in vigore, quindi, che se ne paventava la sospensione, necessaria, secondo la bozza, per impiegare quelle risorse nella ripartenza del Nord Italia, duramente colpito dall'epidemia di Covid-19.

Ma, come dicevo, i nostri politici hanno espresso tutto il loro disappunto, anche perchè in questi 3 anni di mancata applicazione della clausola il Sud ha già perso circa 21 miliardi e sarebbe inammissibile in un momento così difficile lasciarsi derubare di ulteriori risorse.

Nel corso della seduta del 6 maggio scorso, il Ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, ha assicurato che la clausola sarà mantenuta, bollando come "esercizio tecnico" quel documento. Un esercizio tecnico che probabilmente ci sarebbe costato caro se non ce ne fossimo accorti in tempo.

Circostanza, peraltro, che non costituisce affatto una novità, visto quanto avvenne durante la crisi del 2009-2010 quando, per finanziare la ricostruzione post terremoto in Abruzzo, furono sottratti con un provvedimento che non fece clamore 25 miliardi destinati a investimenti pubblici nel Mezzogiorno. Risorse che non furono mai restituite e mai riprogrammate in favore del Sud Italia e che videro in Tremonti, Ministro di Berlusconi, un predatore implacabile, con la scusa che tanto al Sud le risorse non venivano spese.

Ora, sebbene il Ministro Provenzano ci abbia rassicurato che lo scippo sia stato sventato, resta un piccolo problema: la ripartizione degli investimenti del Fondo per lo sviluppo e la coesione, ovvero quegli investimenti che il governo effettua nelle zone meno sviluppate del Paese. Anche in merito a questi ultimi il Ministro per il Sud ha praticamente detto di stare tranquilli. Il 24 aprile scorso, però, è stato approvato il Def 2020 che mette in crisi ogni rassicurazione. Nel documento, infatti, è stata prevista la "possibilità di trasferire risorse tra i tre fondi della politica di coesione e tra le diverse categorie di Regioni”. Tradotto: non è esclusa la possibilità di dirottare parte dei fondi in questione dal Sud al Nord del Paese. Di questo i nostri rappresentanti si sono accorti o nei loro interventi alla Camera si limitano a fare opinionismo compulsivo e retorica a buon mercato?

Inoltre, tornando alla clausola del 34%, anche se finalmente realizzata, sarebbe una misura ordinaria non in grado di recuperare l'enorme gap infrastrutturale tra Nord e Sud. Per capirci basta un esempio: per percorrere la tratta ferroviaria che va da Crotone a Reggio Calabria, 168 chilometri, ci vogliono da 3 ore e mezza a 4 ore mezza; per percorrere la tratta ferroviaria che va da Roma a Milano, 576 km (più del triplo), ci vogliono meno di 4 ore.

Per tentare di stabilire anche solo un accenno di equilibrio a questa Italia a due velocità bisogna ammettere una volta per tutte che è necessario un intervento straordinario. Perchè se quel 34% sarebbe stato insufficiente in tempo di pace, sarà del tutto irrilevante dopo il disastro economico, per fortuna non anche sanitario, al Sud.

L'intervento straordinario dovrà tenere conto delle peculiarità del Sud e guardarsi bene da un errore clamoroso commesso negli anni.

Per troppo tempo, infatti, si è considerato il Mezzogiorno non sviluppato perché per anni lo si è paragonato al Nord. "Il Sud è meno sviluppato del Nord", ci hanno ripetuto fino allo sconforto, fino alla rassegnazione. Il problema è che ci si è sempre concentrati sul secondo termine di paragone, il Nord appunto, e si è rincorso uno sviluppo che non è stato pensato per noi. Non è tra le nostre corde. Abbiamo convinto i nostri ragazzi che il Nord fosse migliore, mentre il Sud, per quanto abbia provato a tenere il passo, ha dovuto gettare la spugna. Non è vero che il Sud è meno sviluppato del Nord, il Sud è diverso. Una diversità che è naturalmente ricchezza. Se ci si fosse concentrati sulle peculiarità del Mezzogiorno e non sul nostro complesso di inferiorità rispetto al Nord, il Sud sarebbe progredito. E, sottolineo, progredito, non sviluppato. Perché sviluppo e progresso non sono la stessa cosa. Lo sviluppo - sosteneva Pasolini - lo brama chi produce, ovvero gli industriali che producono beni superflui. Il progresso lo vogliono gli operai, i contadini, cioè coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare. Il progresso è quindi una nozione ideale - sociale e politica - lo sviluppo è un fatto economico. Avremmo dovuto puntare sul progresso, non sullo sviluppo per tenere in vita il Sud. Soprattutto se per sviluppo si intende solo quello industriale. Il Sud non ha vissuto il lungo periodo di industrializzazione che, invece, ha interessato il Nord. Pertanto conserva luoghi, valori e culture che quel processo avrebbe spazzato via. Ed è da quei luoghi, valori e culture che dobbiamo ripartire per evitare che il Sud diventi terra di macerie. Dico "macerie" non "rovine" perché le rovine hanno ancora qualcosa da raccontare a chi abbia voglia di ascoltarle, hanno in loro l'essenza di un passato che continuiamo a ingoiare senza però digerirlo. Le macerie, invece, non hanno voce, non hanno più nulla da dire, sono un rigurgito che ci sbatte in faccia tutta la nostra miseria.


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