• Maria Giovanna Cogliandro

Lockdown e didattica a distanza, gli effetti su bambini e ragazzi. Il parere della psicologa


Dopo essere spariti dalle scuole, dalle strade, dai parchi per via del lockdown, i bambini sono scomparsi dai radar dell'attenzione pubblica. Improvvisamente è calato uno spaventoso silenzio sugli innocenti. Le uniche persone con cui i bambini hanno potuto continuare a interfacciarsi sono rimaste in gran parte o esclusivamente i genitori, a loro volta gravati da nuove sfide, paure e incertezze. A garantire a bambini e ragazzi una seppur labile stabilità la didattica a distanza, fondamentale per mantenere vivo il rapporto, benché virtuale, con insegnanti e compagni. Ne abbiamo discusso con la psicologa e psicoterapeuta Francesca Racco, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Bovalino.

Bambini e ragazzi sono stati i grandi dimenticati al tempo del Coronavirus. Com'è stato possibile?

Non mi stupisce che siano stati proprio i bambini a essere messi in secondo piano. Non viviamo in un mondo a misura di bambino, purtroppo, spesso i loro diritti non sono garantiti neanche in tempo di “non emergenza”. In un mondo adultocentrico non c’è spazio per i bisogni dei più piccoli ed è proprio per questo, ad esempio, che esistono i Garanti dell’Infanzia, il cui compito è di diffondere una cultura che tenga conto prima di tutto delle esigenze di chi non ha voce per difendersi.

Abituati ad avere una vita piena di cose da fare, improvvisamente hanno conosciuto la noia. Quale pensa sia stato l'impatto dell'improvviso distanziamento sociale?

Inizialmente è stato piacevole stare a casa, poter godere degli affetti, delle attenzioni dei genitori e di ritmi più lenti, una sorta di vacanza insomma. Ma poi, proprio perché il corpo e la mente sono costantemente abituati a ritmi quotidiani ben scanditi, il tempo, che è diventato dilatato e sospeso, ha generato invetabilemte disorientamento e confusione, con un conseguente vissuto di disagio. Ricordiamo, inoltre, che non tutti i bambini hanno potuto godere della vicinanza dei genitori. Molti di questi hanno continuato a lavorare, ad esempio il personale sanitario, le forze dell’ordine, i dipendenti dei supermercati, dunque molti bambini si sono ritrovati anche a vivere la solitudine. Peraltro, anche chi ha continuato a lavorare in smartworking era fisicamente presente in casa, ma non poteva dare le giuste attenzioni ai propri figli. E poi, un’attenzione particolare meritano quei bimbi che non vivono la casa come un rifugio sicuro, ma come un posto dal quale evadere. Pensiamo ai bimbi che vivono un clima conflittuale in famiglia, fino a quelle tremende situazioni di maltrattamenti e violenze.

C'è una fascia di età che ne ha maggiormente risentito?

Credo che ogni età abbia le sue peculiarità e che abbia reagito certamente in maniera diversa, perché diverse sono le risorse cognitive ed emotive a disposizione, ma comunque questa emergenza ha avuto un impatto su tutti, adulti compresi e ne vedremo i segni nei prossimi mesi.

Didattica a distanza: c'è chi l'ha ritenuta una modalità destabilizzante che ha snaturato il rapporto studenti-docenti. È d'accordo o pensa che il nuovo approccio sia stato in qualche misura anche stimolante?

Le rispondo con una frase che mi ha detto un’insegnante che stimo molto e che è adorata dai suoi alunni: “senza relazione non c’è apprendimento”. Ecco è stato un anno scolastico difficile, che sarà ricordato per sempre. La maggior parte dei docenti ha fatto un lavoro straordinario proprio per mantenere la relazione e garantire il diritto all’istruzione, ma la relazione è alla base di ogni apprendimento e dunque venendo a mancare, ha creato molte frustrazioni sia nei docenti sia negli alunni. È stata una fatica immane per tutti, ma voglio sempre vedere quello che c’è di buono anche nelle difficoltà, per cui forse di stimolante c’è stato sicuramente il fatto che grazie alla DAD si è comunque in qualche modo riusciti a mantenere il filo della relazione e una certa continuità con gli insegnanti, figure di riferimento fondamentali nella vita dei minori.

Nel corso delle videolezioni i docenti hanno avvertito una nuova presenza, quella dei genitori. In particolare i docenti della scuola elementare hanno sentito addosso gli occhi di mamme e papà che magari vigilavano affinché il proprio figlio non avesse difficoltà con il computer o anche per semplice curiosità. Questo ha inciso in qualche modo sul ruolo dell'insegnamento e dell'apprendimento?

Sì, fondamentalmente è stato tutto alterato. Quando subentra un terzo nella relazione (che sia un device o che sia una persona) inevitabilmente la relazione ne risente e si va incontro a un’automatica riorganizzazione. Non credo sia stato facile per nessuno gestire questi momenti, anche perché in questi casi entrano in gioco le caratteristiche di personalità di ogni singolo individuo. Quando si svolge il proprio lavoro, occorre la serenità adeguata che, per ovvi motivi, in questi mesi è stata fortemente intaccata. Non tutti hanno reagito allo stesso modo, riuscendo ad adattarsi a una nuova e soprattutto improvvisa modalità, mantenendo il proprio ruolo, seppur con quella collaborazione fondamentale che è alla base del rapporto scuola-famiglia.

La didattica a distanza ha riportato in auge il problema del digital divide. Quali saranno gli effetti sui bambini e i ragazzi rimasti esclusi da questa nuova scuola virtuale?

Nonostante la scuola e varie associazioni di volontariato abbiano cercato di sopperire all’esclusione, cercando di raggiungere e supportare coloro che per diversi motivi si trovano in una condizione di marginalità, purtroppo la scuola virtuale non sempre è riuscita nell’intento di coinvolgere chi già viveva in una condizione di fragilità psicosociale. Dunque, non solo per mancanza di strumenti, ma proprio per la difficoltà a livello relazionale che, come abbiamo già detto, costituisce le fondamenta dell’apprendimento. Purtroppo ci saranno invetabili ripercussioni sui bambini e ragazzi rimasti esclusi, con una conseguente regressione delle abilità precedentemente acquisite.

Chi quest'anno dovrà sostenere gli esami di maturità ha subito uno stop definitivo: improvvisamente si è ritrovato senza la scuola, per sempre. Non rivedrà più i propri compagni in aula, niente più diario e astuccio sul banco, non aspetterà più il suono della campanella, non potrà più fermarsi a chiacchierare in ricreazione... Si può parlare in questo caso di una sorta di lutto non elaborato?

Sì, ritengo che uno dei rischi di queste separazioni brusche e forzate, che si sono rese necessarie come protezione dalla pandemia, possono divenire perdite traumatiche, appunto se non elaborate. Personalmente ho spinto molto affinché si regalasse l’ultimo giorno di scuola in presenza. Può sembrare una piccola cosa, ma è invece un momento fondamentale perché permette di dare un senso a ciò che è accaduto e fissare per sempre nella memoria un ricordo ricco di significato emotivo. Ogni separazione è come un lutto, per elaborare la perdita occorre vivere momenti concreti, rituali che permettono alla mente di vivere quelle emozioni che altrimenti rimangono come in un limbo e generano confusione. Questo è ancora più importante per i bambini che non hanno gli strumenti per affrontare tutto solo a livello, per cosi dire, mentale e di pensiero, ma sono bisognosi di calarsi nel concreto. Dunque sì al distanziamento fisico, ma non a quello sociale.

Per un bimbo di prima elementare che a settembre farà per la prima volta ingresso in aula in mascherina senza poter scambiare un sorriso con i nuovi compagni, che non avrà nessuno a dirgli &dai, siediti vicino a me&, che non potrà viversi l'intervallo, come sarà l'impatto con la scuola?

Sinceramente sono molto preoccupata per l’impatto che tutto questo avrà sui bambini. Come in ogni prima volta, l’imprinting è fondamentale e lascia un ricordo indelebile per sempre. In questo momento mi viene in mente quello che mi ha detto qualche anno fa la mia compagna di banco dopo oltre trent’anni: “Non scorderò mai quella tua carezza sul viso il primo giorno di scuola”.

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