• Maria Giovanna Cogliandro

La Calabria, Muccino e il corto... di vedute

Aggiornamento: 24 ott 2020



Io lo capisco che è facile e comodo prendersela con Muccino. Lo stanno facendo tutti, esperti e non, fustigatori spietati e critici ironici, politici di sinistra quanto di destra. Ma è bene chiarirlo subito: Muccino non ha fatto tutto di testa sua. A scegliere di raccontare la Calabria attraverso i quattro agrumi - bergamotto, arance, clementine e cedro - sono stati i committenti, ovvero la Regione Calabria. Lo aveva spiegato bene Jole, a luglio, nel corso della conferenza stampa con cui annunciava l'inizio delle riprese. Lei stessa aveva persino suggerito una scena: "Sarebbe bellissimo se una clementina si aprisse a spicchi, e andasse a coincidere con il tramonto, diventando un sole". Suggerimento che Muccino non ha accolto, troppo pubblicitario, in effetti, ancora più del prodotto che alla fine ha confezionato, tanto vicino a uno spot promosso dalla Coldiretti piuttosto che dalla Regione Calabria per attirare turisti.

Oltre agli agrumi, il regista romano avrebbe dovuto dare spazio alla storia d'amore tra Raoul e Rocio. Quindi la traccia c'era, come è normale che ci sia se devi girare un corto su commissione. A escludere dal copione storia, monumenti, reperti archeologici, dipinti e sculture ma anche le testimonianze della cultura non materiale, i riti, le forme di canto popolare, le minoranze linguistiche, è stata la Regione Calabria, non Muccino. A lui si può rimproverare di non aver svolto brillantemente il compitino, che probabilmente non raggiungerà neppure la sufficienza, ma sicuramente non gli si può recriminare di essere andato fuori traccia.

È chiaro che se padroneggi bene la tua arte, ed è quello che evidentemente ci si augurava se si sono sborsati 1 milione e 700 mila euro per 6 minuti scarsi di corto, devi inventarti qualcosa di sbalorditivo. Devi dimostrare di meritarteli tutti quei soldi. Che poi un corto così corto mi è sembrato un tantino esagerato. Di regola il corto non deve superare i 30 minuti, e mi aspettavo che Muccino se li prendesse tutti dal momento che aveva dichiarato di aver percorso la Calabria in lungo e largo e di aver scoperto "cose sorprendenti che vanno oltre ogni immaginazione". Aveva anticipato che avrebbero girato "come nomadi per raccontare anche quello che non si vede". Non ho avuto nessuna rivelazione guardando il corto di Muccino, solo un'accozzaglia anacronistica di luoghi comuni. Una Calabria che potrebbe tranquillamente essere la Sicilia o la Campania, ma di almeno settant'anni fa. Mi aveva emozionato, e lo dico sinceramente, molto di più una pubblicità di Tornatore per un profumo di Dolce e Gabbana, girata qualche anno fa tra i limoneti in Sicilia. C'era più pathos in quei due bimbi che facevano da messaggeri per consegnare la zagara da parte di un giovane siciliano alla donna amata. Dicevano molto di più dei dialoghi ai limiti del banale, scelti da Muccino. Ne riporto giusto qualcuno:

- Ma lo sai come si fa a sapere se le arance sono buone?

- Come si fa?

- Guarda: devono avere le forme che la natura le ha dato.

Illuminante, non c'è che dire. Senza contare quel "le" sgrammaticato.

O ancora:

- E pensa che quando venivo qui chiedevo a mio nonno di farmele assaggiare.

- E lui?

- Era contento.

Una profondità che tocca davvero il... fondo.

È anche vero che in un corto non c’è spazio per un approfondimento psicologico dei personaggi. Però c'è un primo atto che deve catturare immediatamente lo spettatore, un pizzico di secondo atto e tanto, tanto finale. Quello che non può assolutamente mancare è un colpo di scena finale. Che sia una rivelazione, una risoluzione che rovescia le aspettative, l'importante è mantenere alto il livello di sorpresa. Un finale, dunque, capace di giustificare qualunque cosa, che sia spettacolare o anche improbabile.

Niente di tutto questo è stato fatto da Muccino. Di improbabile ci sono solo le arance e le clementine che maturano nello stesso periodo dei fichi. E, infatti l'ultima scena vede Rocio che dopo una vacanza insolita tra aranceti e mandarineti, esclama fuori contesto: "O ma quanto so' buoni sti fichi?". Forse a questo faceva riferimento Muccino quando parlava di "cose sorprendenti che vanno oltre ogni immaginazione"!

Muccino avrebbe dovuto far innamorare tutti della Calabria, per questo Jole si era rivolta al "regista dell'amore". Avrebbe dovuto provocare un cortocircuito con la sua arte e, invece, ha dato vita a un corto circuìto, ovvero un corto che nasce da un inganno su quella che è la vera narrazione della Calabria, una terra che continua ad essere impanata con sabbia e stereotipi, accalappiata da coppole, bretelle e ciucci che non le rendono giustizia. C'è però un lato positivo in tutta questa faccenda: il coro di critiche che si è levato contro il corto di Muccino. La gente non vi rivede la propria terra, non vi rivede se stessa. E si ribella, finalmente. Il passo successivo sarebbe quello di capire che non è tutta colpa di Muccino se la Calabria deve ancora fare i conti con un corto ... di vedute.



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