• Maria Giovanna Cogliandro

Falcomatà, la discussione sull'aborto non va "stracciata"




Sono stati rimossi dalla giunta comunale di Reggio Calabria i manifesti della nuova campagna contro l'aborto portata avanti dall'associazione Pro Vita e Famiglia. "Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stopaborto" - recitano i manifesti.

«Con questi cartelloni si vuole mandare un messaggio chiaro: non esiste il diritto di uccidere una persona umana» dice la nota dell'associazione che già aveva promosso la campagna #dallapartedelledonne contro la pillola abortiva Ru486. «L’aborto - scrivono i vertici di Pro Vita - è l’uccisione di un bambino. Sia pur piccolo, allo stato embrionale, fin dal momento del concepimento c’è un essere umano unico e irripetibile, nel grembo della madre». Immediata la reazione del sindaco Giuseppe Falcomatà: "Ho chiesto di far rimuovere questi manifesti perché lì reputo lesivi della libertà personale di un individuo (...). È violenta una pubblicità il cui messaggio è che non sei padrona di te stessa. Non si può fare - mi è stato detto - ci esponiamo al rischio di finire in tribunale. Ho risposto che sarò contento di spiegare a un giudice perché quel messaggio è violento". E così, in poche ore, i manifesti sono stati rimossi, nonostante fossero regolarmente autorizzati. È vero, il diritto all'aborto è stato riconosciuto da una legge dello Stato 43 anni fa ma da quando questo significa che non se ne possa più parlare o dissentire? L'esistenza di una legge non esclude la libertà di approfondimento, di critica e, comunque, di civile espressione. Per questo ritengo non sia giusto rimuovere dai muri manifesti sicuramente di duro impatto e, secondo molti, discutibili. Ma discutiamone appunto, discutiamone attraverso l'ascolto reciproco e lontano dai luoghi comuni delle invettive e delle censure. Discutiamone con civiltà e urgenza, discutiamone per civiltà. Perché il tema è spinosissimo ma ancora più spinoso sarebbe il silenzio che relegherebbe l'aborto in un angolo insieme al dolore e al tormento che, in ogni caso, straziano la donna che si trova di fronte alla scelta più difficile della sua vita. Per fare luce su una tra le questioni più delicate che da sempre divide i "pro life" e i "pro choice" ho intervistato Guido Gliozzi, per 35 anni ginecologo presso l'Ospedale di Locri, obiettore di coscienza e profondamente cristiano, e Mirella Parachini, ginecologa presso l'Ospedale San Filippo Neri di Roma, femminista, militante radicale, dal 1974 compagna di Marco Pannella, al fianco del quale ha combattuto diverse battaglie tra cui quella che ha portato all'approvazione della legge sull'aborto.

Quando ha inizio la vita? Guido Gliozzi: L'autorità scientifica che può dirci con certezza quando ha inizio la vita umana è la biologia. Questa branca della scienza moderna è giunta a una conclusione chiara, cristallina: la vita umana comincia al momento del concepimento. Si tratta di un fatto scientifico, non di una filosofia, di un'opinione o di una teoria. Oggi, l'evidenza che la vita umana inizi fin dal concepimento è un fatto così ben documentato che nessuno scienziato intellettualmente onesto e informato o un medico possono negarlo. Mirella Parachini: Il ginecologo può dire quando inizia la gravidanza, e la gravidanza inizia con l’impianto dell’ovulo fecondato in utero. Al di là di questo, la vita inizia quando si decide di portare avanti la gravidanza con tutto quello che comporta, in modo responsabile e razionale. Decidere di interrompere la gravidanza, paradossalmente, è molto più responsabile che proseguirla quando si comprende che non si è in grado di accogliere al mondo un essere umano così come meriterebbe. Quando è stata introdotta la legge sull'aborto lei era già ginecologo? Che posizione prese? G.G. Non dimenticherò mai quando il Rettore della Facoltà di Medicina dell’Università “La Sapienza” di Roma, nel lontano 1971, nel congratularsi con me, mi diede in mano una pergamena: era il Giuramento di Ippocrate. La mia emozione, nel leggerlo, era fortissima. Vi era scritto, tra l’altro: “Giammai, mosso dalle premurose insistenze di alcuno, propinerò medicamenti letali né commetterò mai cose di questo genere. E, per lo stesso motivo, non mai ad alcuna donna suggerirò prescrizioni che possano farla abortire, ma serberò casta e pura da ogni delitto sia la vita sia la mia arte”. Nella mia lunga carriera ho mantenuto fede a quel giuramento! M.P. Ancora no, mi sono laureata il 21 luglio 1978, la legge è entrata in vigore il 22 maggio. Da militante radicale e da membro del Movimento di Liberazione della Donna ho preso parte alle battaglie che hanno portato all’approvazione della Legge. Combattere la piaga degli aborti clandestini: questa fu una delle argomentazioni che 40 anni fa furono portate a sostegno della legge 194. Di fronte, però a un’area di clandestinità stimata in non oltre 100.000 aborti l’anno, si lanciò il numero inverosimile di 3 milioni ogni 12 mesi. I sostenitori della 194, quindi, falsarono i dati per perseguire i propri scopi. Come giudica questo atteggiamento? G.G. Non è mia intenzione polemizzare (l’ho fatto anche in maniera forte quando si effettuò il Referendum per l’abrogazione della 194), ma non posso non asserire che ieri, come anche oggi, per scopi esclusivamente politici e per “racimolare” consensi si sono dette delle falsità. Ieri, come oggi, si specula sulla ignoranza (non conoscenza) della gente. Come dimenticare quando si parlava dell’embrione come un “grumo di sangue” o di “ammasso di cellule”? M.P. È un argomentazione tipica dei movimenti pro life. Da diversi anni sostengono che il numero stimato da 1 a 3 milioni di aborti clandestini fosse strumentale. Da un punto di vista medico, una questione di salute che riguardi 100 mila o 1 milione di persone sempre un problema di salute è. Lo Stato italiano si trovava di fronte alla piaga dell’aborto clandestino, così come si troverebbe qualunque paese in assenza di una legislazione, e questo comportava rischi per la salute ma anche per la vita delle donne. Ci sono migliaia di studi fatti anche da agenzie internazionali come l’OMS che dimostrano che laddove è assente la legislazione per l’aborto, è maggiore il numero delle complicazioni legati agli aborti clandestini. Attaccarsi ai numeri (“erano 100 mila e non 3 milioni”), è pertanto tipico di chi fa ideologia e non si occupa di politica sanitaria. E l’aborto va collocato innanzitutto come un intervento di tipo medico, perché riguarda la salute riproduttiva delle donne. Qualche tempo fa Papa Francesco ha dichiarato: "L'aborto è come affittare un sicario". La replica delle attiviste di "Non una di meno" è stata: "Ogni anno 50 mila donne muoiono a causa di un aborto illegale e quindi non sicuro: i sicari sono gli obiettori e i mandanti Stato e Chiesa". Cosa pensa di questa dichiarazione? G.G. Si commenta da sé. Sono un ginecologo (ho lavorato in Ospedale per 35 anni) e, ovviamente, ho sollevato “obiezione di coscienza” nel 1978 quando è stata promulgata quella legge. Proprio la stessa “194”, all’art. 9 (“esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”) me lo consentiva. La mia “scelta” era dettata da quel giuramento di cui sopra come medico e, da cristiano, sicuramente in sintonia con gli insegnamenti del Vangelo e, quindi, della Chiesa. M.P. È una contraddizione della Chiesa cattolica quella di attaccarsi al fenomeno dell’aborto senza risalire al fatto che la sua stessa dottrina impedisce di fare prevenzione. Mi permetto a chi mi dà del sicario di ribattere: “Ma chi è il mandante? Non è che il mandante sei tu che non attui la giusta prevenzione mosso dalle tue idee, basate su dogmi di fede?”. Vorrei ricordare che nel 1966 ci fu una commissione in Vaticano che approvò la pillola come metodo contraccettivo. Fu poi Papa Paolo VI, all’ultimo momento, a porre il veto e a decidere diversamente con l’enciclica l’Humanae Vitae, con cui bandì l’uso della pillola. Vorrei anche sottolineare che c’è una bassissima cultura della contraccezione nel nostro Paese e, cosa assai grave, la contraccezione è a pagamento. Se vai all’estero e dici che le spese per la contraccezione sono a carico della coppia mentre l’aborto è gratuito rimangono sconvolti, perché si chiedono come sia possibile in uno Stato antiabortista: è una contraddizione. Ampia è la possibilità di diffusione del ricorso alle pillole abortive, che andrebbe rubricato come aborto clandestino dal momento che sfugge a ogni registrazione e controllo sanitario e che soprattutto vede la donna agire in solitaria. Ma la legge sull'aborto non avrebbe dovuto assicurare alla gestante in difficoltà una protezione medica e sociale? G.G. Da quando è stata prodotta la pillola abortiva RSU 46 (anche se anche le cosiddette “pillole del giorno dopo” o quelle del “quinto giorno” sono abortive perché impediscono all’embrione concepito di “annidarsi” nell’utero), si è stabilito di farla prendere alle donne in regime di ricovero ospedaliero per i possibili gravi rischi cui potevano andare incontro le gestanti. È evidente che anche per la pillola RSU46 sarebbe indispensabile seguire “l’iter” previsto per le IVG, ma questo non succede e nessun partito politico ha preso una posizione netta a riguardo per timore di far “cadere” governi di coalizione in cui anche chi si definiva antiabortista era determinante e anche troppo… “aggrappato” alla poltrona. M.P. Non so quanto sia diffuso il ricorso alla pillola, non è possibile stabilirlo. Quello che le posso dire è che è sicuramente illegale, che la legge viene violata. "Norme a tutela sociale della maternità", questo il titolo della legge 194. Ma dal testo della legge scompare, insieme alle parole "moglie", "marito" e "padre", la parola "madre". Tolta di mezzo anche la parola "figlio", sostituita con la più tecnica "concepito". Come si può tutelare la maternità se se ne cancella il lessico? G.G. Ho detto in precedenza che sono obiettore di coscienza. Questo però non mi ha impedito di effettuare un progetto, nell’ultimo anno in cui ho prestato servizio in un Consultorio statale, che aveva come titolo “Corretta applicazione della legge 194”. Perché? I primi due articoli di questa legge vengono regolarmente disattesi ed è un fatto gravissimo. In quel periodo, ho cercato di fare rispettare proprio quella parte della legge che, nell’insieme, continuo a ritenere ingiusta. Come lei stessa diceva, la legge ha per titolo “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. E già l’art. 1 recita: "Lo Stato (…) tutela la vita umana dal suo inizio. (…) L’IVG non è un mezzo per il controllo delle nascite” e l’art. 2 “I consultori familiari (…) assistono la donna in stato di gravidanza, informandola sui diritti, attuando speciali interventi quando la gravidanza o la maternità creino problemi, contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza (…)”. Nella prassi era sufficiente che una donna si presentasse in Ospedale con una certificazione di un medico di base non obiettore, nella quale si richiedeva l’interruzione della gravidanza, perché la stessa si ritenesse “idonea” all’ intervento senza tener conto per nulla dei primi due articoli della legge suddetta o di altre limitazioni previste da quelli successivi (artt.4 e 5). M.P. La legge è frutto di una lunghissima e travagliata gestazione. Attaccarsi alle parole per considerarla più o meno corretta non è il punto. È un po’ come quando fanno le battaglie di genere e non si può dire “ragazzo”, “ragazza”, “bambino”, “bambina” ma bisogna usare dei termini neutri. Questo atteggiamento di politically correct non lo condivido. Penso più alla sostanza. Non è un fastidio nei confronti della parola “marito”, “moglie”, qui il succo della questione è che lo Stato tuteli la salute riproduttiva della donna. Da che mondo è mondo le donne sono morte di aborto – usavano pozioni, veleni, ferri da calza, andavano dalle mammane - chi vuole misconoscere questa realtà parla dell’importanza delle parole, chi bada alla salute pensa a legiferare correttamente. L'articolo 5 della legge 194 stabilisce che il consultorio e la struttura socio-sanitaria hanno il compito, in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari, di aiutare la donna "a rimuovere le cause che la porterebbero all'interruzione della gravidanza (...), di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto". Questo è stato fatto in 40 anni? G.G. Ciò che ho detto prima per i primi due articoli, ovviamente vale anche per l’art. 5. Naturalmente il progetto di cui ho accennato, pur avendo avuto il consenso di tutti gli operatori sanitari, compresi i medici di base, è rimasto chiuso in un cassetto e non è stato mai attuato per motivi esclusivamente politici. M.P. Quando lessi per la prima volta l’articolo mi dissi: in scienza e coscienza come fa il medico a rimuovere le cause? Posso sicuramente utilizzare la risorsa dell’assistente sociale che lavora in consultorio con me, ma la possibilità che il ginecologo rimuova le cause l’ho trovata sempre un tantino ipocrita. Mi lasci aggiungere una cosa: se la donna vuole davvero trovare un modo per portare avanti la gravidanza si fa aiutare. Pensare che la difficoltà economica sia l’unico motivo che possa giustificare la richiesta di interruzione di gravidanza è un’illusione: ci può anche essere il caso di una donna che in quel determinato momento non si sente di portare avanti una gravidanza e fare un figlio. La donna non è un mero contenitore, il suo utero non è un sacchetto, non si può pensare di costringerla a portare avanti una gravidanza e poi a dare via la creatura che ha partorito, rassicurandola con il fatto che sia protetta dall’anonimato. È un modo abnorme di considerare la donna nonostante anni e anni in cui si è cercato di aderire al concetto ribadito dalle agenzie scientifiche internazionali, come l’OMS, secondo cui la salute riproduttiva fa parte dei diritti umani fondamentali. Quindi, quando si dice “salute riproduttiva” si riconosce il diritto a riprodursi quando lo si desidera, non quando capita. La legge 194 ha eliminato il padre dal processo decisionale sull'aborto a meno che la madre non lo voglia. Dove sono le "pari opportunità"? Perché non è stata posta la giusta attenzione a quella che potremmo definire "paternità interrotta"? G.G. Altra incongruenza della legge! Il “figlio” non appartiene certamente alla madre! È un “terzo” concepito dalla “coppia” e semplicemente “custodito” nel grembo della madre. Qui il discorso si farebbe lungo e non può esaurirsi in poche battute… M.P. No, non lo ha eliminato perché, se la madre lo vuole, il padre può intervenire nella decisione. In ogni caso succede molto più spesso il contrario, ovvero che la donna si senta abbandonata. Quanto alle pari opportunità, non possono essere imposte, possono essere favorite quindi non credo che lo Stato debba entrare nella coppia. Se la relazione di coppia prevede che il padre sia una parte attiva nella decisione e di sostegno, non è certo il legislatore né tanto meno il ginecologo che lo deve imporre. Viceversa, se la donna volesse interrompere la gravidanza e il padre le imponesse il contrario, saremmo di nuovo di fronte all’assenza di pari opportunità, quindi non trovo che ci sia incongruenza nella legge. Tra coloro che oggi chiedono l'abolizione della legge 194 c'è chi è convinto che sia una delle cause principali del calo delle nascite. Lei da credito a questa convinzione? G.G. Il calo delle nascite, a mio avviso, non è dovuto al fatto che tante mamme chiedano di abortire. I motivi sono altri e complessi e sarebbe davvero troppo lungo elencarli, ma sicuramente mancano le politiche familiari necessarie al sostegno della vita nascente delle giovani coppie. Questo a livello socio-politico. Poi, da cristiano, mi sento anche di dire che, quando si tornerà a pensare (e si ritornerà…) che il matrimonio uomo-donna è un capolavoro congegnato da un Dio che è Amore e che il figlio è un frutto della “comunione” dei due coniugi, allora i figli torneranno a nascere e ad allietare la casa e la vita di due sposi. M.P. C’è un paradosso tutto italiano: da un lato il calo delle nascite, dall’altro il calo degli aborti; inoltre, l’uso della contraccezione è tra i più bassi rispetto ad altri paesi europei. Il quarto parametro che non torna è che ci siano in Italia meno donne lavoratrici rispetto ad altri paesi. I paesi scandinavi o il Regno Unito hanno un tasso di abortività molto maggiore dell’Italia, pur ricorrendo a una maggior contraccezione tra i metodi sicuri (pillola, spirale, ecc), hanno un maggior tasso di impiego e fanno più figli. Quindi mettere in automatico la correlazione aborti-infertilità non ha alcun senso. Mettendo a confronto i quattro parametri si può addirittura arrivare a dire: gli italiani fanno meno sesso rispetto agli altri!

Due punti di vista assai distanti, dunque. In fondo stiamo parlando dell'argomento più complicato su cui ci si possa imbattere: la vita. Un argomento che merita il massimo rispetto e la sensibilità e comprensione più ampia. Controproducente su tutto ciò è solo il silenzio presuntuoso o indifferente, oppure il vociare iroso che accompagna e segue ogni strappo di manifesti.

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