• Maria Giovanna Cogliandro

Consiglio regionale Calabria, la fiera dell'omertà


L'hanno chiamato in tanti modi: errore di valutazione, errore di analisi, errore di opportunità politica, leggerezza, disattenzione, superficialità. Un solo consigliere, Francesco Pitaro del Gruppo Misto, l'ha chiamato con il suo nome: inganno. Perché di questo si tratta: le modifiche alla legge n. 13 del 31 maggio 2019 con cui il Consiglio regionale della Calabria ha esteso l'indennità differita, ovvero una pensioncina (visto che il termine "vitalizio" non lo si riesce a digerire) anche ai consiglieri che avessero lavorato un solo giorno è uno spregevole inganno. Naturalmente Pitaro faceva riferimento all'inganno che sarebbe stato tramato alle sue spalle e a quelle di altri consiglieri, non certo ai danni dei calabresi. "Ci è stata rifilata una proposta di legge diversa da quella che era stata concordata in conferenza dei capigruppo - ha dichiarato nel corso del suo intervento. - In conferenza si era detto che si trattava di una proposta di legge di adeguamento alla normativa statale. E invece no, c'era tutt'altro. È giusto che i calabresi sappiano che si è trattato di un inganno, di un atto di manifesta slealtà. Quella proposta diversa da quella concordata è stata elaborata da quella parte dell'emiciclo" - prosegue indicando in generale la maggioranza. Nessun nome in particolare, solo il riferimento vago a "un furfantello" che avrebbe elaborato una proposta avendo in testa non l'interesse della Calabria e dei calabresi ma l'interesse proprio. "Se fossimo all'interno di un ordine professionale - ha aggiunto Pitaro - questo furfantello sarebbe stato radiato e mandato via in malo modo da quest'aula".

Se fossimo all'interno di un ordine professionale... mentre all'interno di un consiglio regionale che dovrebbe rappresentare i cittadini calabresi che magari non si sentono affatto rappresentati da un furfantello, non esiste nessun provvedimento da prendere?

Il Presidente Tallini ha parlato di "un’operazione-verità che diradi ogni possibile nube sul Consiglio regionale". Ebbene, perché non cominciare indicando a chi appartiene la manina che avrebbe indotto con l'inganno maggioranza e opposizione a firmare una modifica di legge che, se non fosse venuta a galla, avrebbe di fatto creato e consolidato una casta? Una manina che ha intrufolato nei titoli di coda di una seduta durata oltre sette ore una proposta di modifica alla legge n.13/2019, approfittando furbescamente di un articolo del regolamento interno del Consiglio regionale. Di che articolo stiamo parlando? Dell'articolo 42, secondo il quale "il Consiglio non può discutere né deliberare su questioni che non sono all’ordine del giorno", fatto salvo, però - e questo bisogna sottolinearlo a futura memoria - che il Consiglio "sia autorizzato da una deliberazione assunta con la maggioranza dei due terzi dei presenti, su richiesta del Presidente della Giunta o di un quinto dei Consiglieri". Quindi, qualora qualcuno non avesse chiaro cosa andava a votare, avrebbe potuto dire: "Alt, fermi tutti! Fatemi capire di che inganno vorreste farmi complice!". E invece no, nessun'obiezione. Tutti zitti e muti.

Non solo. Dopo che il “cartello degli sciacalli” - così come l'ha chiamato il Presidente Tallini - ha osato rendere pubblico l'inganno, pur proclamandosi tutti vittime di un raggiro, nessuno che voglia rendere innocuo sotto il profilo politico l'impostore. Nessuno fa il suo nome sebbene è chiaro sia noto a ognuno di loro. Perché? Perché non invocarne le immediate dimissioni?

A dire il vero, Pitaro a chiusura del suo intervento ha rivolto ai suoi colleghi un timido appello: "Isoliamo ed emarginiamo i furfanti e non facciamoci trascinare in altri obbrobri". Ma qualcosa mi dice che l'appello rimarrà inascoltato. Anche perché quasi tutti i consiglieri sono convinti di essersi ripuliti la coscienza abrogando una legge approvata quattamente all'unanimità. "Oggi compiamo un dovere, lo facciamo a testa alta" dichiara Tallini. Una testa alta rivendicata anche da Filippo Mancuso della Lega. "È un atto che ci rende forti, non deboli. Che ci fa onore a tutti" tuona Pippo Callipo. "La proposta di abrogazione ci consente di trasformare un errore in un atto d'onore lenendo così la delusione che purtroppo abbiamo cagionato ai cittadini calabresi" è l'autoassoluzione di Tilde Minasi (Lega), che introduce il suo intervento con una frase di De Andrè (senza citarlo, quindi facendola propria) inserita nel contesto sbagliato: "Ho sempre creduto che vi sia poca colpa nell'errore e poco merito nella virtù". Frase che De Andrè utilizza nel suo commento introduttivo a "La città vecchia", un mirabile pezzo con cui, com'è noto, invita alla comprensione verso gli ultimi che non possono contare neppure sul "sole del buon Dio": ubriachi, prostitute, ladri, assassini e tutta quella gente che vive agendo in modo spesso lontano dalla propria volontà ma che viene comunque giudicata come la feccia del mondo. Quindi, o Tilde Minasi si è sentita inspiegabilmente una di loro oppure ha sperato che nessuno si accorgesse dell'appropriazione indebita della frase a effetto del cantautore genovese. Ci ha provato insomma, un po' come la manina che tutti continuano spudoratamente a proteggere.


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