• Arturo Rocca

A Sellia Marina il Museo della Lambretta, un gioiello meridionale



Per puro caso sono capitato a Sellia Marina, qualche giorno fa, al museo della Lambretta. Accompagnavo una coppia di amici a salutare dei parenti che, guarda caso sono proprio coloro che hanno creato e curano il museo. Ho notato l’insegna dalla strada ma devo dire che la mia attenzione è stata attratta dall’enorme masseria sulla destra del cancello d’ingresso. Un esempio di archeologia industriale che non merita lo stato di degrado in cui di trova. Ho appreso che si tratta di un asse ereditario del defunto regista Vittorio De Seta. Intanto ci aprono il cancello d’ingresso del museo e dopo i convenevoli di rito vengo introdotto nel museo con la straordinaria guida del fondatore sacerdote Don Andrea Bruno.

Comincio a curiosare tra i vari modelli che arricchiscono il museo, oltre 70 pezzi unici, perfettamente funzionanti quando ho un balzo nello scorgere la Lambretta A del 1947. Mi ha provocato un’emozione che non so spiegare posso solo paragonarla all’incontro di una persona cara di cui non si aveva più notizia tanto da crederla scomparsa. Quella Lambretta mi ha richiamato dalla memoria una uguale che circolava al mio paese quando i veicoli a motore si contavano sulle dita di una mano ed io la osservavo affascinato mentre il proprietario si affannava a battere sulla messa in moto a pedale ed una volta che il motore partiva con uno sbuffo di fumo nero ed acre ingranava la marcia e lo vedevo allontanarsi sperando un giorno di poterne possedere e guidare una simile. Nei pressi di casa mia abitava un muratore che, alcuni anni dopo, possedeva una lambretta 150 special e la parcheggiava durante la pausa pranzo ignaro che io la sottraevo e la facevo partire a spinta ingranando la marcia in velocità per fare il giro della piazza e poi spegnere il motore mentre era ancora in corsa e rimetterla al suo posto prima che uscisse per tornare al lavoro. Questi ricordi mi frullavano per la mente durante il giro del salone sempre accompagnato dal Don Andrea Bruno che ne parlava con tale dedizione tanto che sulla strada del rientro non esitai a paragonare ad una forma di preghiera. Don Bruno con la sua opera ha creato qualcosa di bello da tramandare e il suo è stato un modo di valorizzare il lavoro e l’inventiva di Ferdinando Innocenti oltre che fissare nella memoria un segmento temporale che ha visto l’Italia proiettata verso una evoluzione tecnologica e una rivoluzione nel trasporto individuale. Davvero emozionante la visita a questo gioiello meridionale.



Don Andrea Bruno



La Lambretta A del 1947




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